Mi chiamo Francesca.Sono stata Francesca in tanti modi,di tanti tipi.Francesca la bella,Francesca la brava,Francesca la fidanzata e Francesca la fortunata.
Adesso non fa più differenza che Francesca sono.Ho così tanti ricordi,così tante cose sulla pelle.Il duro del legno sotto la schiena mi ricorda la volta che mi ero chiusa nell'armadio.Mi ero chiusa dentro perchè non volevo più vedere la luce del sole,non volevo più parlare con nessuno.
Mi ero rintanata nel buoi,avevo 5 anni,e ne avevo meno paura rispetto a quello che era il mondo fuori.
Troppe parole,e a me non piaceva parlare,troppi suoni,tutto era troppo per ma,Francesca la piccola.
Crescendo avevo imparato che per stare bene con gli altri non era necessario stare bene con te.Quando venni eletta regina della scuola al secondo anno del liceo tutto intorno era colore e rumore.
Dopo la premiazione,dopo il ballo con Matteo,il più bello della scuola,mentre vomitavo in bagno,mi domandavo dove volevo andare,dove stavo andando,dove il mondo voleva andassi.Ma non serviva,i sorrisi successivi,tutto quello che mi dicevano serviva ad anestetizzarmi dal moment del risveglio fino a poco prima di dormire.
Il panno che ho sulla faccia è sporco,con alcuni buchi che lasciano passare la luce del sole.Mi ha sempre affascinato lo spiraglio di luce che attraversa un foro.Una volta in biblioteca mi ero messa a spiare un ragazzo.Era strano,non lo spiavo perchè mi piacesse anzi.Era tra i più sfigati della scuola,sempre solo,non faceva altro che leggere strani libri,sempre in biblioteca,con una faccia dove sembrava dipinta la fatica e l'angoscia di portare tutti i problemi del mondo sulle sue spalle.
Non ci avevo mai parlato,però ricordo che quando lo spiavo attraverso gli scaffali,coprivo raggi impercettibili di luce,e probabilmente lui se ne accorgeva,ma era talmente strano che nemmeno il fatto che Francesca la reginetta lo spiasse lo distraeva.
Ci sono delgi scossoni ora,trema tutto.Alle volte il mondo,la terra tutto sotto i piedi ti trema,se non sei abastanza forte crolla,e poi non restano che pezzi.
Come il giorno,poco prima della maturità,che svenni.Venni ricoverata in clinica,la mai era una sindrome di anoressia,mescolata con tendenze al suicidio a quanto dicevano i dottori.
D'un tratto tutte le Francesche erano lì a pezzi,tra le mie mani che aspettavona di essere ricomposte.Ma erano puzzle diversi,nessun pezzo trovava il suo corrispettivo.Perchè quello che eravamo non lo saremmo più potuto essere.Sola,in clinica,non ero più nessuna di quelle Francesche,l'unica Francesca di cui si parlava nel bar della città,attraverso le strade e i motorini ai giardini era Francesca la pazza.
Mi faceva ridere.La mia canzone preferita era sempre stata Crazy Mary.
Quando ero in clinica nessuno si è preoccupato di venirmi a trovare,di telefonarmi,di niente.Ho imparato sulla pelle che la bellezza dei nomi è che si attaccano e si staccano con una facilità impressionante.
Solo un giorno,mi è arrivato un pacchetto.Dentro c'era un libro.Era un libro che non avevo mai letto prima,un libro strano.Dentro c'erano delle cose a cui per tanto tempo non avevo più guardato.Parlava di un ragazzo,della storia della adolescenza,di come il ragazzo aveva imparato a volare.Lo lessi e rilessi,fino alla follia,anche se detto in quel luogo suonava tremendamente ironico.
Non sapevo chi me l'avesse mandato,anche se sognavo giorno e notte che fosse stato il ragazzo della biblioteca.
Adesso che sono così lontana è così strano parlare di tutto questo.Lascio penzolare la mano fuori dalla barca,sento l'acqua fredda del fiume che mi passa tra le dita,come stamattina,in clinica,quando il dottore è entrato.Avevo le mani sotto l'acqua gelida del rubinetto,vicino alla porta,così vicina da passarci attraverso appena lui si era avvicinato alla finestra.Il cuore non mi batteva a mille mentre mi nascondevo dietro alla porta dello sgabuzzino,prima di ri-uscire ed andare verso la scala antincendio.
Le orecchie non volevano ascoltare il rumore delle voci,metri e metri più indietro di me nel bosco,era tutto attutito,intorpidito dal freddo,anche il rumore del treno che andava a coprire le voci degli inservienti.
E così,un pezzo dopo l'altro sono qui,con questo freddo nelle mani.
Le loro voci si fanno più vicine,le voci del mondo che c'era prima.Se solo riuscissi a sentirli,ora forse gli crederei.Ma lasciando indietro tutto quello che credevo importante ormai vedo a fatica le loro faccie,qui nell'aria leggera.
Quasi non distingo più le loro faccie,su cui ora è dipinto del vivo stupore,quasi vedessero ua persona volare,quasi fossero loro i pazzi....
Luce,un mare di bianco ed azzurro,ci voleva veramente così poco?
Adesso non fa più differenza che Francesca sono.Ho così tanti ricordi,così tante cose sulla pelle.Il duro del legno sotto la schiena mi ricorda la volta che mi ero chiusa nell'armadio.Mi ero chiusa dentro perchè non volevo più vedere la luce del sole,non volevo più parlare con nessuno.
Mi ero rintanata nel buoi,avevo 5 anni,e ne avevo meno paura rispetto a quello che era il mondo fuori.
Troppe parole,e a me non piaceva parlare,troppi suoni,tutto era troppo per ma,Francesca la piccola.
Crescendo avevo imparato che per stare bene con gli altri non era necessario stare bene con te.Quando venni eletta regina della scuola al secondo anno del liceo tutto intorno era colore e rumore.
Dopo la premiazione,dopo il ballo con Matteo,il più bello della scuola,mentre vomitavo in bagno,mi domandavo dove volevo andare,dove stavo andando,dove il mondo voleva andassi.Ma non serviva,i sorrisi successivi,tutto quello che mi dicevano serviva ad anestetizzarmi dal moment del risveglio fino a poco prima di dormire.
Il panno che ho sulla faccia è sporco,con alcuni buchi che lasciano passare la luce del sole.Mi ha sempre affascinato lo spiraglio di luce che attraversa un foro.Una volta in biblioteca mi ero messa a spiare un ragazzo.Era strano,non lo spiavo perchè mi piacesse anzi.Era tra i più sfigati della scuola,sempre solo,non faceva altro che leggere strani libri,sempre in biblioteca,con una faccia dove sembrava dipinta la fatica e l'angoscia di portare tutti i problemi del mondo sulle sue spalle.
Non ci avevo mai parlato,però ricordo che quando lo spiavo attraverso gli scaffali,coprivo raggi impercettibili di luce,e probabilmente lui se ne accorgeva,ma era talmente strano che nemmeno il fatto che Francesca la reginetta lo spiasse lo distraeva.
Ci sono delgi scossoni ora,trema tutto.Alle volte il mondo,la terra tutto sotto i piedi ti trema,se non sei abastanza forte crolla,e poi non restano che pezzi.
Come il giorno,poco prima della maturità,che svenni.Venni ricoverata in clinica,la mai era una sindrome di anoressia,mescolata con tendenze al suicidio a quanto dicevano i dottori.
D'un tratto tutte le Francesche erano lì a pezzi,tra le mie mani che aspettavona di essere ricomposte.Ma erano puzzle diversi,nessun pezzo trovava il suo corrispettivo.Perchè quello che eravamo non lo saremmo più potuto essere.Sola,in clinica,non ero più nessuna di quelle Francesche,l'unica Francesca di cui si parlava nel bar della città,attraverso le strade e i motorini ai giardini era Francesca la pazza.
Mi faceva ridere.La mia canzone preferita era sempre stata Crazy Mary.
Quando ero in clinica nessuno si è preoccupato di venirmi a trovare,di telefonarmi,di niente.Ho imparato sulla pelle che la bellezza dei nomi è che si attaccano e si staccano con una facilità impressionante.
Solo un giorno,mi è arrivato un pacchetto.Dentro c'era un libro.Era un libro che non avevo mai letto prima,un libro strano.Dentro c'erano delle cose a cui per tanto tempo non avevo più guardato.Parlava di un ragazzo,della storia della adolescenza,di come il ragazzo aveva imparato a volare.Lo lessi e rilessi,fino alla follia,anche se detto in quel luogo suonava tremendamente ironico.
Non sapevo chi me l'avesse mandato,anche se sognavo giorno e notte che fosse stato il ragazzo della biblioteca.
Adesso che sono così lontana è così strano parlare di tutto questo.Lascio penzolare la mano fuori dalla barca,sento l'acqua fredda del fiume che mi passa tra le dita,come stamattina,in clinica,quando il dottore è entrato.Avevo le mani sotto l'acqua gelida del rubinetto,vicino alla porta,così vicina da passarci attraverso appena lui si era avvicinato alla finestra.Il cuore non mi batteva a mille mentre mi nascondevo dietro alla porta dello sgabuzzino,prima di ri-uscire ed andare verso la scala antincendio.
Le orecchie non volevano ascoltare il rumore delle voci,metri e metri più indietro di me nel bosco,era tutto attutito,intorpidito dal freddo,anche il rumore del treno che andava a coprire le voci degli inservienti.
E così,un pezzo dopo l'altro sono qui,con questo freddo nelle mani.
Le loro voci si fanno più vicine,le voci del mondo che c'era prima.Se solo riuscissi a sentirli,ora forse gli crederei.Ma lasciando indietro tutto quello che credevo importante ormai vedo a fatica le loro faccie,qui nell'aria leggera.
Quasi non distingo più le loro faccie,su cui ora è dipinto del vivo stupore,quasi vedessero ua persona volare,quasi fossero loro i pazzi....
Luce,un mare di bianco ed azzurro,ci voleva veramente così poco?









